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	<title>Francesca Zajczyk &#187; Società</title>
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		<title>Rifiuti in calo. Consumi ridotti per la crisi.</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 08:48:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<title>Ruolo insostituibile. Ma per i papà sono tempi difficili</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 16:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
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		<description><![CDATA[Si discute molto sui cambiamenti delle relazioni genitoriali e, in particolare, sui sistemi contemporanei di essere padri. Se è vero che la crescente presenza delle donne nel mondo del lavoro ha spinto sempre più uomini a riscoprire l’importanza del rapporto con i figli, è altresì vero che perdura, nel tempo, un differente approccio – maschile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si discute molto sui cambiamenti delle relazioni genitoriali e, in particolare, sui sistemi contemporanei di essere padri. Se è vero che la crescente presenza delle donne nel mondo del lavoro ha spinto sempre più uomini a riscoprire l’importanza del rapporto con i figli, è altresì vero che perdura, nel tempo, un differente approccio – maschile e femminile – nell’adempimento del compito genitoriale. La maternità assorbe la donna totalmente, la paternità continua a non implicare una riconfigurazione delle priorità nel contesto domestico.</p>
<p style="text-align: justify;">La scarsa natalità e l’instabilità del nucleo familiare costituiscono un limite per il vissuto della paternità. In Europa, i due fattori hanno una diversa incidenza: nel Nord, come in Svezia, l’esercizio della paternità è subordinato principalmente all’instabilità del nucleo familiare – in caso di separazione i figli rimangono prevalentemente con la mamma – mentre nel Sud, come in Italia e in Spagna, a limitare l’esercizio della paternità interviene soprattutto la scelta di non avere molti figli, visto e considerato che il welfare partecipa in maniera risibile ad ammortizzare le spese della famiglia come, invece, avviene nell’area scandinava. “L’Italia ha una peculiarità rispetto agli altri Paesi europei – spiega Elisabetta Ruspini, docente presso l’Università di Milano Bicocca e curatrice, insieme a Francesca Zajczyk, di un volume sui “Nuovi Padri” – e questa peculiarità si chiama “familismo”, consistente nell’enfasi marcata verso i valori e le tradizioni famigliari. I nostri padri sono i più vecchi d’Europa perché si sganciano dalla dipendenza famigliare molto tardi, sono uomini che diventano adulti più lentamente, si sposano tardi e fanno figli tardi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, il papà – inteso come figura sociale – è da considerarsi fondamentale in termini di “terzo incomodo”, di interlocutore chiamato a spezzare la relazione a due tra madre e bambino, che aiuta il piccolino a scoprire il mondo esistente oltre i confini dell’abbraccio materno. È il padre l’unica persona che può tagliare il cordone ombelicale prima che diventi un laccio. In tal modo l’uomo aiuta anche la donna a capacitarsi del fatto che il figlio è un “altro” proiettato verso un progressivo allontanamento. Per tali ragioni, la paternità è naturalmente portatrice di una “ferita”, da intendersi correttamente come primo grande insegnamento al figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i bambini diventa difficile adeguarsi alle regole e confrontarsi con la vita reale senza un padre che introduca al vivere sociale attraverso l’imposizione di limiti disciplinari, necessari per insegnare ai figli ad incanalare correttamente la loro naturale aggressività. Tocca al padre dirigere e organizzare le energie del figlio nella sua iniziazione alla società, via di accesso rituale a una nuova fase della vita, cioè il passaggio dal mondo adolescenziale alla vita adulta, che si compie affrontando sfide coraggiose. In molti continuano a pensare quasi con nostalgia alla figura del padre autoritario e repressivo, ma i bambini hanno bisogno di un padre capace e, soprattutto, desideroso di dedicarsi a loro. Stili educativi troppo permissivi o, viceversa, troppo coercitivi favoriscono la devianza, che presto può tradursi in manifestazioni di aggressività e prepotenza. Alla base di sistemi educativi errati, spesso, c’è un padre poco presente o addirittura assente, insufficientemente comunicativo e solo approssimativamente attento ai bisogni dei figli. Generazioni intere di padri hanno perso l’occasione di condividere esperienze fondamentali della vita di figlie e figli, spesso non riuscendo a stabilire con loro relazioni equilibrate e profonde.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero che la società contemporanea non aiuta i padri. Oggi, per esempio, si celebra la Festa del Papà, un’occasione per riflettere su un ruolo “socialmente utile”, ma se provate a digitare sui canali di ricerca di Internet “Festa del Papà” vi troverete al cospetto di una bolgia consumistica tendente a pubblicizzare il regalo più idoneo. C’è il regalo a misura di “papà no limits”, quello a misura di “papà buongustaio” e quello a misura del “papà amante del fai da te”. Tra le ipotesi raccomandate anche un buono per un massaggio shiatsu.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo quando le suore all’asilo e il maestro elementare mi aiutavano a scrivere la letterina a mio padre. Ricordo il suo sorriso, la sua commozione e le sue lacrime dignitose. Era il momento in cui le tensioni esistenti fra me e lui si allentavano ed il rapporto ritornava a scorrere sullo slancio di una ritrovata serenità. Suggerisco alle signore di spronare i propri bambini a scrivere una letterina o a tratteggiare un disegnino da sistemare sotto il piatto nell’ora di pranzo. Fidatevi! E’ il più bel regalo che si possa fare ad un papà.</p>
<p><strong>di Antonio Marziale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(Giornale di Brescia &#8211; 19 MARZO 2010)</p>
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		<title>Le nuove sfide della Milano creativa</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 08:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Consiglio comunale]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Convegno svolto a Palazzo Reale, Milano -  2 Dicembre ore 16:00
Verbale:
PIERFRANCESCO MAJORINO (Capogruppo PD Consiglio Comunale)
In quest’occasione di riflessione pubblica, ci proponiamo di lavorare attorno al tema della città.
Il convegno nasce dalla necessità di capire come far sì che la straordinaria ricchezza della città non rimanga nascosta: perché il suo capitale sociale e creativo possa essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Convegno svolto a Palazzo Reale, Milano -  2 Dicembre ore 16:00</p>
<p>Verbale:</p>
<p>PIERFRANCESCO MAJORINO (Capogruppo PD Consiglio Comunale)</p>
<p>In quest’occasione di riflessione pubblica, ci proponiamo di lavorare attorno al tema della città.</p>
<p>Il convegno nasce dalla necessità di capire come far sì che la straordinaria ricchezza della città non rimanga nascosta: perché il suo capitale sociale e creativo possa essere riconosciuto dalla città in tutte le sue occasioni. Milano è una città base di attraversamenti di capitale creativo straordinario, è sede di imprese legate all’industria della cultura e della conoscenza. Ma tutto ciò fatica a diventare un sistema.</p>
<p>Noi riteniamo indispensabile, per svolgere un’adeguata funzione di governo ragionare su questo patrimonio, su come questo possa condizionare l’azione pubblica.</p>
<p>Leggevo il dibattito sulla nuova sede RAI progettata nel nuovo sito Expo. È la rappresentazione di una dicotomia: ciò che c’è in città, da una parte, e quello che arriva all’attenzione dell’azione pubblica. Il dibattito, oggi, è quello che si sarebbe potuto fare trent’anni fa, se ne parla troppo, ma la RAI non è l’unica cosa che c’è a Milano. C’è un indotto fatto di soggetti imprenditoriali, autori poco riconosciuti, piccole imprese della creatività di cui la pubblica amministrazione deve occuparsi. Costruire un grande distretto della creatività e dell’impresa creativa.</p>
<p>Ci si stupisce della scarsa mobilità nel periodo del Salone de mobile, ci si lamenta del traffico.</p>
<p>Si tratta di un ritardo culturale su quello che si può fare: la città deve essere più orgogliosa ed accogliente verso l’impresa creativa.</p>
<p>Per quanto riguarda il rapporto di Milano con il mondo. Se ne parla solamente per questioni legate alla sicurezza, alla paura, alla presenza di immigrati, senza riconoscere l’internazionalizzazione della città come una grande necessità per salvaguardarne il futuro.<span id="more-274"></span></p>
<p>Oggi vogliamo dare un contributo per passare dalle parole ai fatti. Di internazionalizzazione come opportunità e non come rischio, di attrattiva si parla nel Piano Regolatore per lo Sviluppo del 2006 e anche nel documento di Piano del Governo del Territorio. Ma sono categorie scomodate dal punto di vista retorico, non sono presenti negli interventi effettivi.</p>
<p>In quest’anno e mezzo il PD per primo ha aperto Palazzo Marino il 14/2/2008 per parlare dell’Expo 2015 e ci saranno altri eventi che vanno in questa direzione.</p>
<p>E un lavoro di discussione, che non può stare confinato all’interno di una stanza. Deve nascere dal confronto con la città, con l’impresa creativa di Milano, per condizionare in maniera forte e definitiva l’azione pubblica. Anche in vista dell’appuntamento elettorale del 2011.</p>
<p>Da gennaio prossimo si ridefiniranno le funzioni del governo locale relativamente all’impresa creativa. Oggi sono cinque assessorati diversi ad occuparsene, ma manca un soggetto centrale che faccia un Piano della Cultura a Milano. E lo facciamo con il contributo della ricerca. Per arrivare a proposte condivise da portare alle istituzioni, perché Milano sia più orgogliosa e cosciente delle sue risorse.</p>
<p>ENZO MINGIONE (Preside Facoltà di Sociologia, Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Farò una rapida introduzione su un progetto di ricerca europeo sulle città creative.</p>
<p>I presupposti teorici di questa ricerca sono legati al contributo di un ricercatore, Richard Florida. Quelli che lui chiama “fattori soft” (apertura, attrattiva culturale, capacità di essere piacevole, tenore di vita alto, risorse di socievolezza, incontro per i giovani..) hanno attirato i giovani creativi che poi hanno consolidato l’impresa creativa in alcune città più che in altre. Una città aperta, tollerante, poco omofobica, ad esempio, ha più risorse per essere un polo di sviluppo e dell’industria creativa.</p>
<p>Siamo partiti dalla discussione teorica critica di quest’ipotesi per quanto riguarda Milano.</p>
<p>Milano è una città di lavoro piuttosto che di svago. Ma pur non avendo una buona dotazione di fattori soft, Milano è un polo dell’industria creativa, soprattutto per la moda.</p>
<p>Abbiamo scoperto che questa perplessità riguarda tutte le tredici città europee scelte per la ricerca, che sono molto diverse tra loro: grandi poli attrattivi (Amsterdam, Barcellona), ma anche piccole città capitali, dove l’attrazione è a scala più regionale (Riga).</p>
<p>Dove sono presenti fattori hard (legati alle industrie, alle possibilità di carriera), si consolida un settore industriale, anche quando la dotazione di fattori soft non è ottimale. Milano, con il radicamento di nuove carriere creative, permette il consolidamento di carriere individuali di vita. E sto fatto è confermato dai creativi stranieri intervistati. Stranieri protagonisti del successo del settore creativo hanno un rapporto con Milano più positivo di quello che hanno i milanesi.</p>
<p>SILVIA MUGNANO (Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Il nostro intervento vuole dare alcuni strumenti per aprire la discussione, dei dati di sfondo.</p>
<p>Innanzi tutto, definiamo i “talenti”: sono lavoratori in posizioni medie e apicali nei settori produttivi del economia creativa (arte, design, architettura, moda, televisione) e della conoscenza (informatica, editoria, elettronica). Nel caso dell’Italia, date le sue specificità, anche il settore della gastronomia rientra nell elenco.</p>
<p>Tra i fattori di successo, che permettono lo sviluppo di una fiorente industria creativa, bisogna distinguere tra fattori di attrazione e fattori di radicamento – una categorizzazione nuova nel dibattito sull’industria della conoscenza e della creatività. Analizziamo, quindi, le due dimensioni separatamente.</p>
<p>Dimensione 1: le porte di accesso di Milano (fattori di attrazione).</p>
<p>I fattori hard che attraggono i talenti a Milano:</p>
<ul>
<li>Mercato del lavoro:</li>
</ul>
<p>Le opportunità offerte da tutti i settori produttivi della città giocano un ruolo fondamentale per quanto riguarda i creativi italiani, nel caso degli stranieri, questo vale solo per alcuni settori (moda, design).</p>
<p>Quanto il mercato del lavoro milanese è internazionale? Sul fronte dell’attrattiva di stranieri creativi la città risulta poco internazionale, lo è invece abbastanza per quanto riguarda il “brain circulation”: gli italiani che si muovono all’estero, per aumentare le proprie possibilità di carriera, e poi tornano in Italia, spesso scelgono Milano (o Roma).</p>
<ul>
<li>Sistema educativo:</li>
</ul>
<p>Abbiamo scuole, a Milano, con un livello di internazionalizzazione alto, sono una grande porta di accesso per gli stranieri.</p>
<ul>
<li>Infrastrutture:</li>
</ul>
<p>Influiscono soprattutto sulla scelta delle imprese di insediarsi a Milano (non ragioniamo solo a livello individuale, sulle persone).</p>
<p>I fattori soft che attraggono i talenti a Milano:</p>
<ul>
<li>L’immagine della città:</li>
</ul>
<p>I talenti stranieri: c’è uno scollamento tra cosa ti immagini (una città multiculturale, dinamica..) e quello che ti trovi davanti. Un intervistato, così commenta la Milano che si trova davanti: <em>This is it</em>?!</p>
<p>I talenti italiani: anche qui si assiste ad uno scollamento, quello tra l’immagine della città, legata alle glorie del passato, ed una realtà in cui manca l’innovazione.</p>
<ul>
<li>Anche l’offerta culturale è un fattore di attrazione, ma non di radicamento. Una volta stanziati a Milano, i talenti trovano la città un po’ contraddittoria.</li>
</ul>
<p>Dimensione 2: il radicamento.</p>
<ul>
<li>Due le dimensioni legate alle traiettorie personali che influiscono sulle scelte di radicamento:</li>
</ul>
<p>- Stanzialità: i creativi milanesi sono piuttosto immobili, la residenzialità su Milano è mediamente di 15-20 anni.</p>
<p>- Fase della vita</p>
<ul>
<li>I <em>network</em> locali: avere relazioni sociali rappresenta una grande opportunità. A Milano esiste quella che viene chiamata “cultura del <em>party</em>”. La creazione di reti formali ed informali per lo scambio di informazioni sul mercato del lavoro, sulle potenzialità di nuovi talenti.</li>
</ul>
<p>È una dimensione molto forte per il radicamento, spostarsi per dover ricostruire altrove le reti sociali richiede energie e risorse.</p>
<p>I fattori soft che radicano i talenti a Milano:</p>
<ul>
<li>Qualità della vita</li>
<li>Tolleranza e coesione sociale</li>
</ul>
<p>I creativi di Milano vivono una sorta di schizofrenia: c’è un forte radicamento ai network locali, ma scarse qualità della vita e tolleranza, che rendono la città respingente.</p>
<p>Dunque, quanto Milano riesce ad attrarre l’industria creativa?</p>
<p>Esistono due modelli di città: “Revolving door” (opportunità di carriera) e città ospitale.</p>
<p>Quale modello sceglie di seguire Milano? Può essere diverso a seconda dei settori produttivi (ad esempio, Milano è “revolving door” per la moda ed il design).</p>
<p> MARIANNA D’OVIDIO (Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Il mio non vuole essere un intervento conclusivo, lasciamo aperto il dibattito.</p>
<p>Indipendentemente dal modello che Milano deciderà di presentare sul panorama internazionale, ci sono alcuni nodi da risolvere – frutto delle riflessioni di noi ricercatori, ma anche sollevati esplicitamente dai nostri interlocutori.</p>
<p>Abbiamo suddiviso le questioni aperte secondo le due dimensioni di cui ha parlato Mugnano:</p>
<p>Dimensione 1: le porte di accesso di Milano (fattori di attrazione).</p>
<ul>
<li>Creare i talenti:</li>
</ul>
<p>Sviluppare i saperi locali: abbiamo buone scuole, con un’immagine forte, ma carenti nel contenuto. Sono capaci di attrarre, ma non di trattenere i talenti.</p>
<p>Bisognerebbe formare durante tutto l’arco della vita ed a diversi livelli ed aumentare i collegamenti tra industria e formazione.</p>
<ul>
<li>Valorizzare i talenti:</li>
</ul>
<p>A Milano ci sono talenti, anche stranieri, che non valorizziamo, anzi, poniamo ostacoli (mancato riconoscimento del oro valore, burocrazia)</p>
<p>Una città dotata di un mix culturale è preferibile per i creativi. A Milano non sappiamo farlo, si preferisce promuovere la cultura <em>mainstream</em>.</p>
<ul>
<li>Includere i talenti:</li>
</ul>
<p>facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro, soprattutto aprendo, attraverso politiche mirate e specifiche, i <em>network</em> locali, altrimenti inaccessibili, soprattutto per gli stranieri.</p>
<p>Dimensione 2: il radicamento.</p>
<ul>
<li>Mercato immobiliare:</li>
</ul>
<p>- per i talenti: Milano è una città che tutto sommato radica i creativi, “intrappolati” in una città in cui c’è lavoro, ma non si vive tanto bene. Il suo mercato immobiliare è complesso ed esclusivo, quindi espelle dalla città, verso le sue parti più esterne, economicamente (e non solo) più sostenibili.</p>
<p>- per le imprese: anche in questo caso, un mercato immobiliare più flessibile aprirebbe ad un maggiore radicamento.</p>
<ul>
<li>Qualità della vita</li>
</ul>
<p>- Offerta culturale: la produzione culturale dovrebbe osare di più, rispetto a quello che c’è. Sembra che “il pubblico sia più all’avanguardia dell’offerta”.</p>
<p>- Servizi sociali locali: nonostante gli stranieri apprezzino la dotazione di servizi (ad esempio le scuole) a Milano, questa dovrebbe essere maggiormente diffusa su tutto il territorio. Inoltre occorre considerare la questione della conciliazione tra tempi de lavoro e tempi di vita.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK<strong> </strong>(Consigliera PD, Università Milano-Bicocca)</p>
<p>È vero, gli stranieri sono soddisfatti delle scuole milanesi, ma si tratta di una categoria di soggetti che ha la possibilità di accedere a servizi di tipo privato. Ma questo aspetto aprirebbe un fronte di discussione che, oggi, ci interessa marginalmente.</p>
<p>Per semplicismo, per moda, si tende a parlare solamente dei creativi, ma ricordiamoci che tra i talenti ci sono anche i lavoratori della conoscenza (50% del campione): Ricerca di eccellenza, innovazione, tecnologia.</p>
<p>Se dovessi chiudere qui il dibattito, direi che allora i giovani vengono a Milano, qualcuno si ferma, molti se ne vanno. Ma Milano ha, invece, grandi potenzialità.</p>
<p>Il paradosso è che Milano, città governata da imprenditori, soggetti che hanno a che fare con l’impresa, non è consapevole dell’importanza di una serie di dimensioni che, valorizzate, renderebbero la città più ricca (per tutti), quindi più competitiva sul mercato territoriale delle città.</p>
<p><strong> </strong>TAVOLA ROTONDA: <em>Quali sfide per le politiche di Milano?</em></p>
<p> 1. LE NUOVE PORTE DI ACCESSO ALLA CITTÀ </p>
<p> AMOS BIANCHI (NABA)</p>
<p>Aggiungerò delle postille, delle considerazioni personali.</p>
<p>Il 35% degli studenti del mio dipartimento è straniero.</p>
<p>Con il trattato di Bologna e di Lisbona, si distinguono due livelli: creazione della conoscenza e sua divulgazione. Quanto Milano è attrattiva per i creatori della conoscenza? Qual è la percentuale di docenti stranieri stabili a Milano? Esistono i <em>visiting professors</em>, ma quanti di loro si fermano?</p>
<p>I relatori di un convegno cui ho partecipato di recente si presentavano in modi differenti: “I live in..” oppure “I’m based in..” o ancora “I’m based in.. and in..”.</p>
<p>Penso alla BEIC (Biblioteca Europea di Informazione e Cultura).</p>
<p>Cosa offre la città a chi deve progettare qui la sua vita dei prossimi 2-3 anni? Esistono due modelli:</p>
<p>- il modello “Venezia”, basato sulle biennali. Cosa queste sedimentano nel territorio, anche quando non sono in corso?</p>
<p>- il modello “Barcellona”: è una città aperta a tutti gli effetti, grazie anche alle politiche per l’immigrazione e per il costo della vita ridotto (pari a 2/3 di quello di Milano). È tappa obbligata per i <em>media-designer</em>.</p>
<p>Inoltre, eliminati i centri sociali a Milano, non esistono più questo importante dispositivo di contro-cultura. Il NABA questa funzione l’assolve, ma solo parzialmente.</p>
<p> ELENA DELL’AGNESE (Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Tra le altre cose, mi occupo di geografia della comunicazione.</p>
<p>Milano tende a dimenticare se stessa: nel 1800 venne definita la “news capital”, qui c’era un’importante industria cinematografica. E poi la scapigliatura, il futurismo..</p>
<p>La città ha una scarsa specializzazione. Le università sono tante, ma si tende a non focalizzarsi su quello che potrebbe essere il profilo specifico della città.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK<strong> </strong>(Consigliera PD, Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Importanza della memoria storica: dai risultati della ricerca risulta esistere memoria, ma si tratta più che altro di un retaggio culturale, un vivere di un passato senza la capacità di rimodellarsi sulle esigenze del futuro.</p>
<p> ALDO COLONETTI (IED)</p>
<p>Lo IED nasce nel 1966, stessi anni in cui viene fondata la rivista “L’ottagono”.  Entrambe nascono grazie ad imprenditori della creatività. A Milano c’è la creatività, ma è legata all’iniziativa privata. La nostra è una scuola privata, ma non per identificazione, bensì per necessità.</p>
<p>Sono d’accordo con Zajczyk: non c’è imprenditorialità per la cultura, anche se siamo governati da imprenditori.</p>
<p>Concetto di creatività applicato al processo produttivo: a Milano la conoscenza è determinante, ma è una conoscenza finalizzata al prodotto.</p>
<p>Inoltre, Milano ha difficoltà a produrre un’immagine di sé come <em>leader</em> della produzione della creatività. Siamo effettivamente leader, ma non riusciamo a presentarci come tali. È un problema di politica. Barcellona, ad esempio, non  ha nulla dal punto di vista della  creatività, eppure attrae.</p>
<p>Milano è una città di grande memoria: qui, c’era la più importante scuola di grafica del ‘900, la “Scuola del libro”.</p>
<p>È una città ricca di cultura e conoscenza (Milano ha fondato Slow Food), ha capacità creative senza avere un sistema.</p>
<p>Bisogna pensare al futuro, alla creatività applicata, ma anche rendere contemporanei i progetti e le iniziative del passato.</p>
<p> DANIELA RUBINO (Slow Food)</p>
<p>La gola è un corridoio di ingresso della città in senso lato. Il cibo è un elemento che accomuna, può essere un tramite.</p>
<p>Elemento produttivo: il cibo come elemento spersonalizzante (vedi la grande industria). È necessario fare un salto logico: perché Milano sia attrattiva anche sotto il profilo alimentare, bisogna liberarsi dal folklorismo, che crea identitarietà escludente, ma creando elementi di identità culturale.</p>
<p>Per aprirsi, Milano deve fare rete.</p>
<p>La porta di accesso della città deve essere l’apertura, la sostenibilità. La creatività è di chiunque riesca a creare un elemento culturale dentro alla città, non solo quello della grande produzione della moda e del design.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK<strong> </strong>(Consigliera PD, Università Milano-Bicocca)</p>
<p>Il nuovo PGT appare come uno strumento immaginifico, una narrazione fantasiosa che rischia di perdere non solo la memoria della città, ma anche la materialità del progetto.</p>
<p>La capacità propulsiva di Milano non è legata all’impresa, ma piuttosto al fai da te, in questo senso la città è molto individualista.</p>
<p> ELIO FIORUCCI (stilista)</p>
<p>Penso a Milano quando, nel 1945, sono dallo sfollamento durato cinque anni. Nella fascia industriale attorno alla città, c’era tutto: treni, la Pirelli, fabbriche, fermento, operai che costruivano.. era una magia. A Milano si costruiva tutto: dai panettoni alla ferrovia. Era la città del miracolo. E anche dell’accoglienza: gli immigrati meridionali e gli abitanti milanesi convivevano in armonia, “terùn” era detto con simpatia.</p>
<p>Ho sempre vissuto Milano come se ci fossi caduto dentro, ho sempre avuto questa sensazione.</p>
<p>Prima a Milano c’era amore per il nuovo, era una città accogliente. Ora nell’ex fascia industriale ci sono studi di architettura e televisivi. Quindi ci sono ancora potenzialità</p>
<p>Milano era al centro del mondo, c’era familiarità, attenzione all’aspetto umano delle cose. Oggi si è sviluppato un nuovo modo di vivere, ma con le stesse radici, gli stessi valori di allora: ognuno può esprimere se stesso. Una sorta di razza milanese.</p>
<p>Tutto ciò che di nuovo è stato portato a Milano, ogni seme, ha fruttato sempre. È difficile che a Milano muoia qualcosa. Se muore, nasce qualcos’altro.</p>
<p> </p>
<p>2. L’IMMAGINE DELLA CITTÀ</p>
<p> FILIPPO DEL CORNO (Sentieri Selvaggi)</p>
<p>C’è uno scollamento tra l’immagine di Milano come città innovatrice, così è sempre stata, e la sua offerta culturale, tendenzialmente conservatrice. Offerta che non è al passo né con l’immagine della città, né con la domanda della città.</p>
<p>Si pone quindi un problema politico: negli ultimi anni il sistema culturale della città ha dimenticato che le scelte culturali non possono essere indipendenti dalla domanda. Fin’ora ciò che è stato fatto non c’entra niente con quello che Milano vuole. Il Teatro degli Arcimboldi,ad esempio: che tipo di pubblico avrebbe attratto? Che spettacoli proporre? Non c’è stata una progettazione di quali fossero i bisogni, è un’operazione che ha risposto agli interessi degli immobiliaristi.</p>
<p>È saltato il principio essenziale per la cultura: per avere le eccellenze, bisogna, innanzi tutto,  riconoscerle come tali, per poi premiarle con un processo di valorizzazione. La politica deve assumersi questa responsabilità, se no è solamente improvvisazione. Ed il risultato paradossale è che la città è meno propositiva della sua immagine.</p>
<p> GENNARO CASTELLANO (Reporting System)</p>
<p>Il nostro lavoro è basato su una metodologia progettuale di tipo partecipativo, legata al territorio.</p>
<p>Esiste un deficit di comunicazione tra modo culturale e sfera politica. Non viene colta l’importanza di progetti che valorizzano il territorio e le sue istanze, non viene riconosciuto il valore pubblico di un’opera, ma solo quello di mercato.</p>
<p>Negli ultimi decenni le risorse sono state concentrate nel binomio cultura-spettacolo. Dunque il territorio è solamente il palcoscenico per opere che vengono calate dall’alto. È una logica che può andar bene per la gestione straordinaria degli eventi culturali, ma non per quella ordinaria. È infatti necessario riconsiderare complessivamente le strategie per la cultura (senza irrigidirsi sul binomio cultura-spettacolo), anche guardando al resto d’Europa, favorendo lo scambio di buone pratiche, il dialogo interculturale, la cultura come fattore economico ed insieme sociale del sistema cittadino.</p>
<p>Ci vuole maggiore attenzione alle realtà che producono il loco, ma che assumono una dimensione internazionale. Il che non vuol dire provincialismo.</p>
<p>Bisogna far seguire agli slogan programmi concreti.</p>
<p>Tra le esperienze positive, nel 2004, l’Assessore Daniela Benelli con poche risorse economiche ha promosso un’operazione lunga e di ampio respiro.</p>
<p> ANDREA PONTIROLI (Circolo Magnolia)</p>
<p>In questo incontro mancano mondi culturali (la comunità islamica, quella cinese), associazioni, soggetti che fanno la stratificazione di Milano. Spero si tratti solamente dell’inizio, l’apertura di spazi di dialogo e non la celebrazione di alcuni.</p>
<p>Mancano spazi, tempi, trasporti.</p>
<p>C’è una sorta di intimidazione contro tutto ciò che è giovane, bello e nuovo.</p>
<p>Non ci sono progetti condivisi dai quartieri, dalle scuole.</p>
<p>Chiamateci creativi. Noi del Magnolia siamo persone normali che cercano di essere punto di riferimento per persone normali. Non vogliamo istituzioni assistenzialiste, né chiediamo loro denaro. Cerchiamo, invece, progetti seri, concreti, e fiducia.</p>
<p>La creatività verrà, prima si pensi a mettere insieme le persone.</p>
<p>Il rischio è che la politica sia incompetente. Al contrario, per noi sarebbe semplice sapere dove indirizzare le risorse.</p>
<p>La creatività non è un’urgenza, abbiamo altro cui pensare.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK</p>
<p>Hai detto che la responsabilità è di tutte le parti politiche, ma di fatto, dal 1991, il consiglio comunale è di un certo colore. Comunque non vuole essere una giustificazione.</p>
<p> MICHELA GATTERMAYER (Direttore Velvet)</p>
<p>Milano fa schifo e gli stilisti fanno finta che sia bellissima.</p>
<p>La moda a Milano è fatta soprattutto da stranieri.</p>
<p>Negli anni ’90 gli stilisti sono diventati molto ricchi. Era il periodo della Milano da bere, anni davvero speciali per la creatività. Il sistema ammazza la creatività, nel mondo della moda, ma anche del design industriale legato all’arredamento, perché le imprese devono vendere. È un grande problema.</p>
<p>Il mio giornale è molto creativo rispetto a tutte le altre riviste femminili, ma è uno su tanti.</p>
<p>Il problema è conciliare creatività-esigenze di mercato.</p>
<p>Milano dovrebbe dare visibilità ai creativi, dare strutture.</p>
<p>Questa città è veramente brutta: dove sono i bravi architetti che diciamo di avere? Nessuno degli stilisti ha fatto niente per la città.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK</p>
<p>Il ruolo del mondo creativo rispetto alla città: quanto l’attenzione all’internazionalizzazione ridimensiona il senso di responsabilità verso il locale?</p>
<p> ALESSANDRO ROBECCHI (giornalista)</p>
<p>Vengono promossi concorsi per i giovani, ma poi li “uccidono”, se no i vecchi non lavorano.</p>
<p>Fino a quindici anni fa Milano se la giocava con Parigi e Londra, oggi con Riga.</p>
<p>Ci sono ottime scuole. I giovani, una volta usciti, capiscono che non possono bere la birra di notte, che l’aria è irrespirabile e allora se ne vanno. O rimangono incastrati qua, magari per questioni familiari.</p>
<p>La ricerca presentata oggi è la fotografia della decadenza, del declino verticale di Milano.</p>
<p>È l’opposizione, non me ne voglia Francesca Zajczyk, non è stata così dura e senza quartiere.</p>
<p>Questo declino ha dei nomi: Moratti, Albertini. Così oggi abbiamo macerie e cancelli in piazza Vetra. E, di nuovo, non ho visto una grande opposizione.</p>
<p>Tutto ciò è accaduto esattamente perché la città è governata da imprenditori, dai privati. Quello che accade non è strano, non mi stupisce affatto.</p>
<p>È un quadro agghiacciante: questa città sta in mano ai privati e ai politici al servizio dei privati.</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK</p>
<p>Il tema della politica è doveroso. Proviamo, però, a ragionare sulla città, sulla fantomatica “società civile”, la gente, i gruppi, le imprese economiche e sociali e non diamo la colpa solamente alla politica (che effettivamente ha delle responsabilità).</p>
<p> GENNARO CASTELLANO (Reporting System)</p>
<p>Facendo di tutta l’erba un fascio, si rischia di non riconoscere le (seppur piccole) esperienze positive.</p>
<p> </p>
<p> 3. ATTRATTIVITÀ <em>VERSUS</em> RADICAMENTO</p>
<p> <em>LEONARDO MERABINI (Direttore Marketing</em><em>, </em><em>Pianificazione e Sviluppo Kilometro Rosso)</em><em></em></p>
<p>Mi sento un pesce fuor d’acqua. Noi siamo un’oasi felice.</p>
<p>Siamo un impresa privata, ma funziona da dio. Lavoriamo secondo un approccio multisettoriale.</p>
<p>Il vero motivo di attrattiva di Km Rosso è il suo territorio, la capacità di instaurare relazioni: è un nodo di una rete di relazioni. Si tratta di un sistema misto di aziende, laboratori, istituzioni, dipartimenti, università (in questo senso si interagisce con il territorio). Creare sinergie, mettere nella condizione di far lavorare in rete le realtà che vi aderiscono.</p>
<p>È in via di sviluppo, ma già operativo nei contenuti.</p>
<p> RIETTA MESSINA (Fed. Ital. Industriali dei TessiliVari)</p>
<p>Queste aziende, con l’innovazione, si sono innestate nella rete del distretto europeo (che spesso non viene considerato).</p>
<p>Problema del pubblico di riferimento: bisogna dare una risposta pubblica alle persone, al di là di quelle che oggi sono in questa sala.</p>
<p>Noi che siamo una realtà piccola non possiamo stare su tutti i mercati a scala internazione (riusciamo a vendere solo in Europa), però abbiamo un grande potenziale creativo, tecnologico e in termini di processo. Le aziende dotate di questo potenziale stanno sparendo; c’è bisogno di reti e di università. Come si creano reti di giovani legati alla musica, perché non farlo anche per la moda?</p>
<p>Bisogna confrontarsi con le città che ci superano nei ranking mondiali.</p>
<p>Niente musei, niente centri di ricerca pubblica.. Questa è Milano.</p>
<p> ATTILIO MARTINETTI (INNOVhub &#8211; Camera di Commercio)</p>
<p>Per prima cosa, bisogna riconoscerli, i creativi. Si tende ad usare codici rudi, attività schematizzate. Per farli emergere bisogna dar loro spazi (fisici, istituzionali, spazi organizzati).</p>
<p>Noi della Camera di Commercio creiamo <em>network</em>, occasioni di incontro tra i soggetti, anche con il Comune e la Provincia.</p>
<p>La Camera di Commercio è la sintesi di tutti gli interessi rappresentati, ma i creativi non si associano in organizzazioni ordinarie, quindi non abbiamo, ad esempio, il consigliere dell’innovazione. Rappresentare non è la modalità giusta per dar spazio ai creativi, bisogna trovare nuove modalità di dialogo, di connessione tra imprese creative, territorio, istituzioni pubbliche. Riducendo anche gli ostacoli posti da procedure burocratiche spesso poco flessibili.</p>
<p>Il <em>brand</em> italiano.</p>
<p>Il problema non sono i creativi italiani che vanno a lavorare all’estero, ma che non ci sono stranieri che vengo.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> 4. LE SFIDE PER LA <em>GOVERNANCE</em> CITTADINA</p>
<p> ROLANDO LORENZETTI (Assessore Ricerca e Innovazione)</p>
<p>Il riconoscimento delle eccellenze ed il sostegno alla ricerca ed all’innovazione sono essenziali per la competitività nel contesto internazionale. Bisogna creare un substrato il più possibile fertile per il creativi, dare fertilità all’ambiente, creare e sostenere occasioni, interventi, attività di formazione. Se non c’è creatività e non c’è innovazione.</p>
<p>E ci vogliono attività di incubazione di impresa, facendo rete, creando sinergie. La rete è un concetto fondamentale per dare un substrato all’innovazione ed alla tecnologia. Milano ha grandi risorse (settore moda, design, farmaceutico, alimentazione).</p>
<p> FRANCESCA ZAJCZYK</p>
<p>Questo assessorato paga lo scotto di una totale assenza di trasversalità nelle decisioni politiche che hanno ricadute sulla città, quindi ha un’incidenza molto piccola.</p>
<p>Questa è un’amministrazione che prende decisioni in modo del tutto verticale, mentre un assessorato come questo deve poter lavorare in rete.</p>
<p> STEFANO TOSI (Consigliere Regione Lombardia &#8211; Comm. Attività Produttive)</p>
<p>La competitività della Lombardia potrebbe puntare su vari settori.</p>
<p>In Italia si ha la tendenza a fare tutti tutto. Ma le risorse sono poche, quindi bisogna ottimizzare.</p>
<p>Ci sono una serie di criticità: forte ritardo sulle infrastrutture, problemi nella de-burocratizzazione per facilitare chi vuole creare, problemi di dimensionamento (bisogna ragionare in termini di “città-regione”).</p>
<p>In vista dell’Expo 2015: va bene riposizionarsi nel mondo, ma si deve pensare anche alla qualità della vita.</p>
<p>Spesso non sappiamo cosa ci accade di fianco. È necessario creare reti di impresa (che sono diverse dal distretto industriale) territoriali e localizzate, mentre adesso sono di dimensioni più ampie.</p>
<p>Per innovare bisogna ridurre le formalità che in Italia sono eccessive. Altrove non funziona così, ci sono rapporti più diretti tra rappresentanze politiche, economiche, sociaili.</p>
<p>Parliamo di “società giovane”, ma non lo siamo. In Lombardia il 20% della popolazione ha più di 65 anni. Inoltre abbiamo una situazione di bilancio critica.</p>
<p>Usiamo, allora, la creatività per costruire un progetto/modello sociale inedito. I creativi ci possono aiutare ad immaginare qualcosa di diverso.</p>
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		<title>&#8220;Ma spesso la convivenza è una scelta di libertà&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 11:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
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		<title>Ecco la Generazione nonostante: coppie di precari scommettono sul futuro e fanno progetti</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 17:04:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
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		<title>Sgombero di Via Rubattino: mi vergogno</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 11:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia 
Approvata dall&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall&#8217;Italia con legge del 27 maggio 1991
 Principio di non discriminazione
Il principio, sancito all&#8217;art. 2, impegna gli Stati parti ad assicurare i diritti ivi sanciti a tutti i minori, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-244" title="sgombero" src="http://www.francescazac.it/wp-content/uploads/2009/11/sgombero1.bmp" alt="sgombero" />Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia </strong></p>
<p>Approvata dall&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall&#8217;Italia con legge del 27 maggio 1991</p>
<p> Principio di non discriminazione</p>
<p>Il principio, sancito all&#8217;<strong>art. 2</strong>, impegna gli Stati parti ad assicurare i diritti ivi sanciti a tutti i minori, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori.</p>
<p> <strong>Il principio di superiore interesse del bambino</strong></p>
<p>Il principio, sancito <strong>dall&#8217;art. 3</strong>, prevede che in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l&#8217;interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente.</p>
<p> <span id="more-238"></span><strong>Diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo</strong></p>
<p>Il principio è sancito <strong>dall&#8217;art. 6</strong> che prevede il riconoscimento da parte degli Stati membri del diritto alla vita del bambino e l&#8217;impegno ad assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e lo sviluppo.</p>
<p> <strong>Ascolto delle opinioni del bambino</strong></p>
<p>Il principio, sancito <strong>dall&#8217;art. 12</strong>, prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale. L&#8217;attuazione del principio comporta il dovere, per gli adulti, di ascoltare il bambino capace di discernimento e di tenerne in adeguata considerazione le opinioni</p>
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		<title>Inaudita azione del governo: non rispetta né Eluana né la Magistratura</title>
		<link>http://www.francescazac.it/2009/02/07/inaudita-azione-del-governo-non-rispetta-ne-eluana-ne-la-magistratura/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 14:56:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; stato approvato oggi pomeriggio il decreto governativo che blocca l&#8217;iter della sospensione dell&#8217;alimentazione forzata a Eluana, iter avviato sulla base di una sentenza definitiva della Magistratura competenteContro il parere del Quirinale, contro ogni logica e umanità, in una lotta insensata contro il tempo, il governo procede sulla sua strada approvando all&#8217;unanimità un decreto d&#8217;urgenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; stato approvato oggi pomeriggio il decreto governativo che blocca l&#8217;iter della sospensione dell&#8217;alimentazione forzata a Eluana, iter avviato sulla base di una sentenza definitiva della Magistratura competente<br />Contro il parere del Quirinale, contro ogni logica e umanità, in una lotta insensata contro il tempo, il governo procede sulla sua strada approvando all&#8217;unanimità un decreto d&#8217;urgenza per vietare la sospensione dell&#8217;alimentazione e dell&#8217;idratazione di Eluana.<br />La violenza che questo governo sta esercitando sulle spalle della famiglia Englaro e su chi, in osservanza di un iter giudiziario completo ed approfondito, ha deciso di stare dalla parte della legge è inaudita.<br />Il rispetto per una vicenda così dolorosa ci ha fatto preferire sinora il silenzio &#8211; che una simile situazione imponeva. Credo che non si possa più tacere.</p>
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		<title>Perché censire cittadini italiani..solo perché rom?!</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 09:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zajczyk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma è un sogno – un brutto sogno &#8211; quello che sta succedendo oggi sotto i nostri occhi? E’ possibile che in Italia, a Roma, a Milano succedano cose impensabili fino a pochissimo tempo fa senza che nessuno alzi una voce, quantomeno esprima “forte preoccupazione”? Qualche lamento gira sulla rete; ma sono lamenti che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma è un sogno – un brutto sogno &#8211; quello che sta succedendo oggi sotto i nostri occhi? E’ possibile che in Italia, a Roma, a Milano succedano cose impensabili fino a pochissimo tempo fa senza che nessuno alzi una voce, quantomeno esprima “forte preoccupazione”? Qualche lamento gira sulla rete; ma sono lamenti che non riescono a trasformarsi in “voce pubblica”.
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><!--[if !supportEmptyParas]--><u>I fatti</u>: Intervento differenziale per <b style=""><i style="">cittadini Italiani</i></b><u> </u>(censimento fotografico e schedatura di Polizia) questa mattina, 6 giugno all’alba delle 5.00 presso il campo comunale di via Impastato a Milano.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Si tratta di un campo regolare, i cui abitanti – in Italia e a Milano dal 1943 provenienti dalla Slovenia – risultano all’anagrafe del Comune in quanto residenti a Milano. <span style=""> </span>Quindi, si tratta di CITTADINI ITALIANI; non solo: tra i cittadini italiani del campo c’è anche chi ha patito la persecuzione nazifascista con l&#8217;internamento in campo concentrazione e chi ha meritato la medaglia d&#8217;oro al valore civile.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Tralasciando di commentare il metodo: alle 500 del mattino, cogliendo nel sonno bambini, anziani, come pericolosi criminali di cui si deve impedire la fuga, ciò che più inquieta è che queste persone (e sottolineo il termine) vengono schedati in quanto appartenenti ad un gruppo etnico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><!--[if !supportEmptyParas]--><!--[endif]--> Qualche sera fa Massimo Cacciari – a proposito della vicenda per certi versi analoga che si sta verificando a Venezia nei confronti di un gruppo di cittadini italiani sinti residenti nel nostro paese da più di dieci anni – richiamava l’attenzione con grande preoccupazione su quanto possa essere pericolosa questa strada che richiama fatti (e nessuno-nessuno può negare fatti di storia) accaduti purtroppo non molti decenni orsono.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--><o:p></o:p></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">&#8220;RICORDARE PER NON DIMENTICARE&#8221; scrive Giorgio Bezzecchi </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Sono passati sessant&#8217;anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista &#8220;La difesa della razza&#8221;di Guido Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo di tempo in un ordine esplicito di &#8220;internamento degli zingari italiani&#8221;in campi di concentramento (Circ.Bocchini 27/04/41)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Per non dimenticare, ma anche per sapere che, legittimando queste procedure diventa difficile prevederne il processo: </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Tutto in nome della sicurezza. Il tema della sicurezza oggi “impone” la paura di schierarsi e quindi il silenzio. Ma in nome della sicurezza non si possono ledere i diritti dei cittadini, di cittadini italiani regolarmente iscritti all’anagrafe della nostra città, che lavorano e mandano i bambini a scuola, come altri cittadini italiani (anche se non tutti….ricordate la questione della dispersione scolastica?), ma con il grave peccato originale di essere etnicamente diversi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Brividi….Dobbiamo avere il coraggio di rifiutare questo opportunismo del discorso pubblico, dobbiamo contribuire a far conoscere una realtà assolutamente sconosciuta relativa ad una popolazione di 130-150000 mila persone, di cui circa il 50% ha la cittadianza italiana con una quota ampiamente sotto il 10% che <span style="color: black;">pratica ancora qualche forma di nomadismo.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: black;"><!--[if !supportEmptyParas]--> </span>Come si fa a parlare di bullismo, di educazione dei piccoli e dei giovani alla convivenza, alla solidarietà? Apriamo gli occhi e la bocca</p>
]]></content:encoded>
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