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Si discute molto sui cambiamenti delle relazioni genitoriali e, in particolare, sui sistemi contemporanei di essere padri. Se è vero che la crescente presenza delle donne nel mondo del lavoro ha spinto sempre più uomini a riscoprire l’importanza del rapporto con i figli, è altresì vero che perdura, nel tempo, un differente approccio – maschile e femminile – nell’adempimento del compito genitoriale. La maternità assorbe la donna totalmente, la paternità continua a non implicare una riconfigurazione delle priorità nel contesto domestico.
La scarsa natalità e l’instabilità del nucleo familiare costituiscono un limite per il vissuto della paternità. In Europa, i due fattori hanno una diversa incidenza: nel Nord, come in Svezia, l’esercizio della paternità è subordinato principalmente all’instabilità del nucleo familiare – in caso di separazione i figli rimangono prevalentemente con la mamma – mentre nel Sud, come in Italia e in Spagna, a limitare l’esercizio della paternità interviene soprattutto la scelta di non avere molti figli, visto e considerato che il welfare partecipa in maniera risibile ad ammortizzare le spese della famiglia come, invece, avviene nell’area scandinava. “L’Italia ha una peculiarità rispetto agli altri Paesi europei – spiega Elisabetta Ruspini, docente presso l’Università di Milano Bicocca e curatrice, insieme a Francesca Zajczyk, di un volume sui “Nuovi Padri” – e questa peculiarità si chiama “familismo”, consistente nell’enfasi marcata verso i valori e le tradizioni famigliari. I nostri padri sono i più vecchi d’Europa perché si sganciano dalla dipendenza famigliare molto tardi, sono uomini che diventano adulti più lentamente, si sposano tardi e fanno figli tardi”.
Eppure, il papà – inteso come figura sociale – è da considerarsi fondamentale in termini di “terzo incomodo”, di interlocutore chiamato a spezzare la relazione a due tra madre e bambino, che aiuta il piccolino a scoprire il mondo esistente oltre i confini dell’abbraccio materno. È il padre l’unica persona che può tagliare il cordone ombelicale prima che diventi un laccio. In tal modo l’uomo aiuta anche la donna a capacitarsi del fatto che il figlio è un “altro” proiettato verso un progressivo allontanamento. Per tali ragioni, la paternità è naturalmente portatrice di una “ferita”, da intendersi correttamente come primo grande insegnamento al figlio.
Per i bambini diventa difficile adeguarsi alle regole e confrontarsi con la vita reale senza un padre che introduca al vivere sociale attraverso l’imposizione di limiti disciplinari, necessari per insegnare ai figli ad incanalare correttamente la loro naturale aggressività. Tocca al padre dirigere e organizzare le energie del figlio nella sua iniziazione alla società, via di accesso rituale a una nuova fase della vita, cioè il passaggio dal mondo adolescenziale alla vita adulta, che si compie affrontando sfide coraggiose. In molti continuano a pensare quasi con nostalgia alla figura del padre autoritario e repressivo, ma i bambini hanno bisogno di un padre capace e, soprattutto, desideroso di dedicarsi a loro. Stili educativi troppo permissivi o, viceversa, troppo coercitivi favoriscono la devianza, che presto può tradursi in manifestazioni di aggressività e prepotenza. Alla base di sistemi educativi errati, spesso, c’è un padre poco presente o addirittura assente, insufficientemente comunicativo e solo approssimativamente attento ai bisogni dei figli. Generazioni intere di padri hanno perso l’occasione di condividere esperienze fondamentali della vita di figlie e figli, spesso non riuscendo a stabilire con loro relazioni equilibrate e profonde.
E’ vero che la società contemporanea non aiuta i padri. Oggi, per esempio, si celebra la Festa del Papà, un’occasione per riflettere su un ruolo “socialmente utile”, ma se provate a digitare sui canali di ricerca di Internet “Festa del Papà” vi troverete al cospetto di una bolgia consumistica tendente a pubblicizzare il regalo più idoneo. C’è il regalo a misura di “papà no limits”, quello a misura di “papà buongustaio” e quello a misura del “papà amante del fai da te”. Tra le ipotesi raccomandate anche un buono per un massaggio shiatsu.
Ricordo quando le suore all’asilo e il maestro elementare mi aiutavano a scrivere la letterina a mio padre. Ricordo il suo sorriso, la sua commozione e le sue lacrime dignitose. Era il momento in cui le tensioni esistenti fra me e lui si allentavano ed il rapporto ritornava a scorrere sullo slancio di una ritrovata serenità. Suggerisco alle signore di spronare i propri bambini a scrivere una letterina o a tratteggiare un disegnino da sistemare sotto il piatto nell’ora di pranzo. Fidatevi! E’ il più bel regalo che si possa fare ad un papà.
di Antonio Marziale
(Giornale di Brescia – 19 MARZO 2010)
